In questa guida spieghiamo come fare la manutenzione dell’attrezzatura da sub.
Indice
La muta
Il primo capo dell’equipaggiamento del del subacqueo è la muta. Le mute moderne, dette anche umide, sono fatte con un foglio di neoprene espanso e non sono a tenuta stagna. Una volta immersi in acqua fra la pelle e la muta si inserisce un velo d’acqua che si riscalda rapidamente a contatto col corpo; quest’acqua calda, oltre a costituire con la muta uno scudo termico rispetto all’ambiente esterno, consente lievi spostamenti reciproci fra corpo e muta senza sofferenza, dando così maggior libertà di movimenti. Le mute sono realizzate con fogli di neoprene di due spessori: 3 e 5 mm; la muta più spessa è ovviamente adatta ad acque più fredde.
Esistono poi due modi di confezionare la muta: monopelle e bipelle. Nel primo caso si usa un solo foglio di neoprene espanso con il lato liscio all’esterno e quello spugnoso all’interno; nel secondo caso i fogli di neoprene sono due e sono incollati fra loro sul lato spugnoso. Le mute bipelle si presenteranno quindi con la superficie liscia sia all’interno sia all’esterno; sono assai più rigide di quelle monopelle e, data anche la loro minor elasticità, rendono più faticosi i movimenti respiratori della gabbia toracica. Il subacqueo deve avere molta cura della propria muta non solo perché è un indumento costoso, ma anche perché una rottura o un’avaria in acqua richiedono la sospensione immediata dell’immersione. Le cure da rivolgere alla muta consistono nella sua pulizia, nelle misure di conservazione, nei controlli della o delle cerniere lampo e nella riparazione di eventuali strappi. A queste si possono aggiungere, come corollario, gli adattamenti alla forma del proprio corpo, la sostituzione della zip e dei bottoni a scatto.
Pulire la muta
Come si è già detto la muta è costruita di neoprene; questo tipo di materiale non deve essere pulito assolutamente con solventi o smacchiatori; è invece sufficiente lavarlo a lungo in acqua dolce corrente senza strofinarlo, ma limitandosi a comprimerlo con il palmo della mano in modo da risciacquare anche l’interno delle cellette spugnose che ne costituiscono la struttura. Si riesce così ad eliminare pressoché del tutto la salsedine.
Se la superficie esterna si macchiasse di catrame, cosa purtroppo assai probabile sulle nostre coste, toglier via quanto più possibile della sostanza appiccicosa usando uno straccio pulito, agendo dall’esterno verso l’interno della macchia per non allargare la zona interessata. Completare poi la pulizia con un altro straccio bagnato con acqua e benzina. Non si pretenda di eliminare del tutto la macchia e si lavi con acqua e sapone neutro la parte trattata risciacquando poi abbondantemente. Lasciare asciugare la muta all’aria con la parte spugnosa rivolta all’esterno.
La muta va appesa su un appendipanni in un posto in ombra e ben ventilato. Quando è completamente asciutta la si appende in un armadio, sempre con la parte spugnosa all’esterno, proteggendola dalla polvere infilandole sopra una vecchia camicia. Se la stagione della caccia è terminata, prima di riporla nell’armadio, cospargere la superficie esterna con talco (non borotalco) curando in particolare le pieghe. La muta si conserverà così a lungo e rimarrà morbida.
La zip
Le cerniere lampo delle mute sono in plastica autolubrificante e se maneggiate con cura non richiedono particolari attenzioni. Perché però una cerniera lampo in plastica possa scorrere dolcemente è necessario non sottoporla ad azioni di strappo durante la chiusura e l’apertura e soprattutto è indispensabile che i suoi denti siano ben puliti. Per la prima condizione è sufficiente trattenere il fiato durante le manovre della zip e non acquistare mute troppo aderenti che oltretutto affaticano enormemente. Per la pulizia si prenda l’abitudine, durante il risciacquo della muta, di usare uno spazzolino col quale togliere via ogni corpo estraneo che si fosse infilato fra i denti della zip; si verifichi in particolare che non si sia incastrato fra i denti qualche pezzetto di neoprene pizzicato malamente. Generalmente queste zip non si rompono, ma possono staccarsi dalla muta. La riparazione è possibile come indicato più avanti.
Riparare uno strappo
La muta è una comoda protezione per il corpo non solo per il freddo, ma anche contro gli urti sugli scogli; è però soggetta a danneggiarsi se posta malamente a contatto con superfici ruvide. I maggiori danni, però, molto spesso, le derivano da un malaccorto modo di infilarla e di sfilarla; se la muta viene infilata asciutta su corpo asciutto o, peggio ancora, sudato, l’operazione può risultare difficoltosa: si fa forza con le dita o con le unghie e lo strappo è inevitabile.
La riparazione di una lacerazione al neoprene espanso non è però difficile anche se si tratta di un grosso taglio. Procedere come segue. Per prima cosa risciacquare la muta in acqua dolce e farla asciugare completamente; bagnare uno straccetto di benzina e con questo passare i labbri dello strappo; lasciare evaporare la benzina.
Stendere su entrambe i labbri un filo di gomma liquida (si acquista in tubetti) avendo cura di tener staccati tra loro i labbri; lasciare asciugare completamente la gomma liquida (bastano pochi minuti). Pressare poi a contatto fra loro i due labbri esercitando una certa pressione ed avendo cura che i due lembi che vengono posti a contatto vengano a trovarsi allo stesso livello. Prima di riutilizzare la muta si suggerisce di attendere almeno un’ora se la stagione è calda e tre ore se fa fresco.
Nel caso di grosse lacerazioni, però, la riparazione con questa semplice tecnica può risultare difficoltosa anche se si lavora in due. In questi casi, infatti, è frequente che durante l’operazione di incollaggio si provochino delle grinze che, oltre ad essere fastidiose e di brutto effetto, sono certamente origine di altri strappi. Dopo aver sciacquato la muta e sgrassato i labbri come visto sopra, si proceda così. Ripartire in segmenti lo strappo usando come punto di separazione fra un segmento e l’altro i cambiamenti di direzione della lavorazione; se lo strappo è molto contorto i segmenti saranno numerosi e il lavoro più lento, ma il risultato ugualmente ottimo. Basterà procedere alla riparazione segmento per segmento come visto in precedenza, attendendo prima di passare al successivo che la saldatura sia perfetta. Se lo strappo ha la forma di un grande 7 può essere necessario fissare, per prima cosa, i due lembi sul vertice del 7 per poi procedere alla riparazione sui due lati. Si ricordi di usare solamente un velo di gomma liquida stesa in modo omogeneo sullo spessore del neoprene e senza soluzione di continuità. Fare attenzione a non imbrattare con gocce di gomma altre parti che finirebbero poi per incollarsi fra loro. Se la posizione dello strappo è molto angusta si possono proteggere le parti vicine con carta da giornale.
Cambiare la zip
Come si è già avuto modo di dire, si tratta di una riparazione abbastanza rara se si ha un po’ di cura della muta, mentre è più probabile che sia necessario reincollare una parte della zip staccata dalla muta. Descrivendo comunque l’intera sostituzione, si forniranno tutti i dettagli per la riparazione parziale.
Se la zip si rompe, per prima cosa è necessario staccarla dalla muta senza danneggiare quest’ultima. I due lembi di tessuto della zip sono, generalmente, fissati in modo diverso ai lembi della muta; un lembo è semplicemente incollato con gomma liquida, mentre l’altro, oltre a questo fissaggio, viene ulteriormente bloccato da una striscia di neoprene che fa da risguardo alla zip proteggendo la pelle del corpo da eventuali pizzicature e dalle infiltrazioni di acqua fredda. Per eseguire lo scollaggio si dovrà agire con molta cautela tamponando con uno straccetto bagnato di benzina il punto in cui avviene lo stacco. Ci si può aiutare anche con la lama di un temperino con la quale facilitare il distacco del tessuto dal neoprene. Procedere molto lentamente alternando le tamponature con l’azione della lama e con quella delle mani che tirano da un lato la mezza zip e dall’altro il neoprene staccandoli progressivamente. Sul lato dove è fissato il risguardo si suggerisce di procedere nello stesso modo visto sopra staccando contemporaneamente la mezza zip e il risguardo. È assai più semplice infatti applicare un nuovo risguardo sulla nuova zip che tentare di recuperare il vecchio. Staccata la zip, è necessario pulire con cura i lembi della muta da ogni traccia del vecchio adesivo; usare anche qui il temperino e il tampone bagnato di benzina. Si prenda ora una tavola larga una decina di centimetri e lunga un metro circa e la si posi sulle spalliere di due sedie accostate (fig. 4); al centro della tavola tracciare due righe parallele e distanti fra loro un centimetro. Si applichi ora per tutta la lunghezza della tavola e sui lati esterni delle righe, una striscia di nastro biadesivo (adesivo su entrambe le facce). Si prenda ora la muta e la si rovesci (lato spugnoso in fuori); si afferri uno dei lembi della muta ai due estremi e, senza tenderlo, lo si applichi ad una delle strisce di nastro biadesivo seguendo la linea di riferimento. Per evitare che il peso della muta possa strapparla via dal nastro adesivo, a intervalli di 10 cm circa piantare degli spilli d’acciaio; passare la muta sotto la tavola e ripetere l’operazione con l’altro lembo. In questo caso oltre a seguire la riga sarà necessario che l’inizio e la fine risultino alla stessa altezza. Anche in questa circostanza rinforzare con spilli di acciaio; gli spilli dovranno essere piantati sul neoprene e sul legno ad almeno 3 cm dalla linea di riferimento di ciascun lembo della muta.
Si prenda ora la nuova cerniera lampo e la si chiuda completamente (provare a porla in opera per essere certi che si adatti perfettamente alla lunghezza della muta); pulire le due fettucce di tessuto della zip con il solito straccetto bagnato di benzina e lasciare asciugare. Spalmare ora, senza imbrattare i denti, le due fettucce con un velo di gomma liquida; fare la stessa cosa con i lembi della muta per una fascia di 3 cm circa. Lasciare asciugare la gomma prima di procedere alla fase conclusiva del lavoro Cioè all’applicazione della cerniera; agire con estrema precisione iniziando dal basso e procedendo in modo rettilineo. Premere con forza con le dita sulla parte interessata; per avere la certezza di un’adesione perfetta posare sulle fettucce della zip due listelli di legno da 1 x 1 cm e su questi posare dei libri. La zip è pronta dopo circa un paio d’ore.
Seguendo la stessa tecnica si proceda all’applicazione del risguardo il quale verrà ritagliato da una striscia di neoprene utilizzando il vecchio come compione. Il risguardo va applicato alla fettuccia della zip con il lato spugnoso; il lato liscio, di conseguenza, sarà rivolto verso il corpo di chi indossa la muta. È facile da questa tecnica estrarre quanto serve per la riparazione parziale. Si ricordi sempre che la muta quando viene sottoposta a questi lavori di « riparazione » deve essere asciutta e che le parti da unire fra loro devono essere ben sgrassate.
I bottoni automatici
È possibile che con l’uso uno o entrambi i bottoni automatici con i quali si fissa la linguella della muta che passa per le gambe si rompano o, peggio ancora, possano essere strappati dalla muta. In entrambi i casi la riparazione è composita. Se il bottone è rotto, per toglierlo è necessario tagliar via con esso anche un pezzetto di muta; l’operazione va eseguita in modo da disporre già del tassello su misura. Posare la muta, distesa, su un tavolo da lavoro; sotto al bottone da togliere mettere un pezzetto di neoprene; con una lama affilata tagliare un riquadro attorno al bottone, agendo in profondità in modo da tagliare con la stessa forma anche il pezzetto di neoprene posto sotto. Con le tecniche viste prima, riparare la muta con il tassello e con la gomma liquida. Sempre usando questo adesivo fissare su entrambi i lati della muta, al centro del tassello, due dischi di vinilpelle che possano contenere, con un certo margine, il nuovo bottone automatico. Ripetere lo stesso lavoro sulla linguella della muta.
Sulla linguella va fissato il pezzo « maschio » del bottone e sulla muta il pezzo « femmina »; i bottoni automatici da usare devono essere grossomodo dello stesso tipo di quelli montati in precedenza e comunque fatti di materiale inossidabile e robusto. Per il fissaggio di questi bottoni occorre una macchina apposita con la quale le due metà di ogni pezzo vengono ribattute fra loro. Il lavoro potrà essere fatto da un calzolaio.
Mettendo assieme tra loro le varie tecniche viste fin qui è possibile, sulla base delle indicazioni e degli stampi che forniscono i costruttori di mute, confezionarsi un capo su misura. Questa operazione che è più complicata a dirsi che a farsi, si rende indispensabile per tutti coloro che non trovano in commercio una muta che si adatti perfettamente alle dimensioni e alle forme del proprio corpo; non si dimentichi, infatti, che è molto importante che la muta sia aderente lasciando al corpo libertà di movimenti.
La maschera
È un particolare dell’equipaggiamento assolutamente indispensabile e alla cui efficienza è legata la stessa capacità di cacciare sott’acqua. Di maschere ne esistono numerosi tipi. Si consiglia in ogni caso di usare maschere munite di vetro temprato, costruite in gomma nera (è la più resistente all’usura), morbida sui bordi, ma con la struttura sufficientemente rigida per non deformarsi troppo sotto la pressione dell’acqua. La maschera dovrà avere la possibilità di afferrare il naso dall’esterno per compiere le necessarie manovre di compensazione della pressione.
Durante l’uso, il problema maggiore delle maschere è quello dell’appannamento dovuto alla differenza di temperatura fra l’aria interna (ricca fra l’altro di vapore acqueo) e quella esterna dell’acqua. Per eliminare questo inconveniente che è molto più fastidioso nelle maschere con vetri in plexiglas esistono in commercio dei prodotti specifici; se si vuole evitare di acquistarli, o se non si hanno a disposizione per vari motivi, si può ricorrere ad altri sistemi più
primitivi » ma ugualmente validi. Il prlmo prevede lo sfregamento della superficie interna del vetro con una patata (cruda ovviamente) tagliata a metà. Il velo di liquido che si deposita sul vetro ne impedisce l’appannatura. Stesso risultato viene ottenuto strofinando, sempre sulla superficie interna del vetro, del tabacco bagnato di un mozzicone di sigaretta. A questi due sistemi, che comunque richiedono il trattamento della maschera con qualcosa di specifico e non necessariamente presente nell’ attrezzatura del pescatore subacqueo, si aggiunge un terzo sistema che utilizza una sostanza sempre a disposizione del sub: la saliva.
La maschera deve risultare a tenuta sul volto; provarla prima di acquistarla, aspirando dal naso: se non vi si appiccica al viso come una ventosa, cambiate modello. È quindi molto importante che i bordi della maschera siano molto morbidi. Per mantenerli tali risciacquare spesso la maschera con acqua dolce; lasciarla asciugare all’ombra in un posto ben ventilato (il sole screpola la gomma); trattare la gomma con talco sia all’interno sia all’esterno. Il braccio elastico che fissa la maschera al capo deve essere stretto appena quanto basta
per mantenerla aderente al viso; penserà poi la pressione dell’acqua a comprimervela contro. Se la maschera è in buone condizioni d’uso, sarà semplice svuotarla anche in immersione da eventuali infiitrazioni d’acqua. Per farlo si rivolge il viso verso l’alto: mentre con una mano si schiaccia contro la fronte il bordo superiore della maschera, espirare un po’ d’aria dal naso; quest’aria spingerà fuori l’acqua dal bordo inferiore della maschera, bordo che aderisce appena al viso. Conservare la maschera possibilmente in un sacchetto di tela morbida in modo che il vetro non abbia a rigarsi a contatto con le altre attrezzature.
Con la maschera curare nello stesso tempo anche il boccaglio che dovrà essere di tipo separato. In questo caso curare ‘igiene dell’imboccatura; lavarla con acqua e sapone neutro e proteggerla dalla polvere o altra sporcizia. Non conservare mai maschera e boccaglio assieme specie se bagnati e se la temperatura è molto calda; finirebbero per incollarsi fra loro danneggiandosi vicendevolmente.
Le pinne
Anche in questo caso ci si trova davanti ad una grande varietà di tipi. Le pinne comunque è opportuno siano di gomma nera per gli stessi motivi visti per la maschera: morbidezza e durata. La necessaria rigidità della palma viene garantita da apposite nervature.
La cura delle pinne deve essere la stessa di quella dei materiali in gomma già descritti. Pulirle con acqua dolce in abbondanza anche per non ferire i piedi con i cristalli di sale. Per la lunga conservazione dare loro una spolverata di talco. Le pinne sono soggette a venire a contatto con il fondo, i coralli, gli scogli. Il piede è, nella maggioranza dei casi, protetto, ma la pinna si taglia soprattutto sulla pianta del piede e, quando si calza a piedi asciutti, si strappa sul tallone. Le riparazioni sulla pianta del piede non sono molto difficili, un po’ più quelle sul tallone. In entrambi i casi pulire con cura la pinna con acqua dolce; passare poi, a pinna asciutta, della carta vetrata sottile tutto attorno al punto danneggiato su entrambi i lati. Se il foro o la lacerazione sulla pianta del piede è di piccole dimensioni, sarà sufficiente usare qualche goccia di gomma liquida. Non dimenticare di porre i due lembi a contatto solo quando la gomma liquida non appiccica più.
Se lo strappo è grande e se interessa soprattutto il tallone, è necessario ricorrere alla vera e propria toppa. La tecnica è la stessa usata per la riparazione delle camere d’aria. Carteggiare la zona danneggiata e spalmarvi sopra dell’ottimo adesivo a contatto. Ritagliare una toppa preparata per bici o auto della dimensione richiesta. Quando l’adesivo non appiccica più, staccar via il foglietto di carta che protegge la faccia adesiva della toppa e, mantenendo i lembi della rottura a contatto fra loro, applicare la toppa. Se l’operazione risultasse difficile a causa della difficoltà di mantenere i lembi della rottura a contatto, far precedere all’applicazione della toppa un fissaggio anche parziale mediante gomma liquida come visto sopra. Perché la riparazione sia duratura, è necessario che la toppa venga « vulcanizzata » sulla fiamma; per questo si pre
stano ottimamente le piccole presse riscaldate usate dai gommisti. Si può ovviare premendo toppa e parte riparata fra due piastrine di ferro strette fra loro con un morsetto; mantenere le piastrine calde usando il ferro da stiro regolato sulla temperatura per capi di cotone. Per evitare spiacevoli incollature porre fra ferro e gomma un pezzo di carta. Tenere sotto pressione per almeno mezz’ora. Per la conservazione usare, anche in questo caso, l’avvertenza di tenere separate fra loro le pinne per evitare incollamenti; fare in modo, infine, che le pinne non prendano brutte pieghe o deformazioni permanenti.
Coltello e zavorra
La manutenzione del coltello è praticamente nulla se la lama è di acciaio inossidabile di buona qualità. Basterà risciacquare il coltello e il fodero in acqua dolce; farli asciugare separatamente e, quando lo si conserva per lungo tempo inattivo, stendere sulla lama un sottile velo d’olio protettivo. Stesso trattamento va usato per la o le fibbie del fodero fatte, spesso, purtroppo di materiale scadente.
Per la zavorra il discorso è ancora più semplice, basta una sciacquata di tanto in tanto. Quando si risciacqua la cintura, pulire con molta cura la fibbia facendo cadere sul congegno di aggancio qualche goccia d’olio denso.
Salvagente e boa
Ogni sub, specialmente a mano a mano che acquisisce esperienza, è portato a sottovalutare gli inconvenienti che può riservare lo sport subacqueo. La prudenza non è mai troppa e nella dotazione del sub deve assolutamente trovar posto il salvagente di emergenza. Ne esistono di due tipi: uno a stola ed uno a palloncino. II primo è un vero e proprio salvagente che si indossa sgonfio ed è dotato di una bomboletta di anidride carbonica (CO2) che lo gonfia ad una semplice pressione della mano. II secondo consiste in un palloncino di gomma o di plastica ripiegato ed anch’esso dotato di una bomboletta di gonfiaggio; questo palloncino può essere conservato dovunque perché di minimo ingombro. Unica avvertenza da seguire è il lavaggio accurato in acqua dolce per evitare che la gomma si incolli. Ogni tanto è opportuno sostituire la bomboletta di CO2, anche se non usata. La boa è un accessorio molto utile per indicare la propria posizione ai natanti che incrociano nella zona di immersione. Fissare il cordino della boa alla cintura. Usare cordini galleggianti che risolvono il problema degli intralci subacquei. La riparazione è possibile seguendo le stesse regole dei canotti pneumatici, relativamente ai quali consigliamo questa guida sui canotti gonfiabili.
Orologio, bussola e profondimetro
Sia che si immerga in apnea, sia con autorespiratori, è bene che il sub porti ai polsi questi tre strumenti. Anche in questo caso gli accessori non servono per dare importanza, ma per la loro utilità pratica. La loro manutenzione è semplicissima e consiste soprattutto in un buon e prolungato lavaggio in acqua dolce. Le incrostazioni saline sui vetri diventano, a lungo andare, assai difficili da eliminare. Soprattutto il profondimetro e la bussola è opportuno siano riposti in un astuccio di legno imbottito all’interno che ogni dilettante è in grado di realizzare. Per la bussola si tenga conto che è assolutamente importante che venga riposta lontana da oggetti ferrosi, dato che l’affidabilità delle letture potrebbe esserne grandemente compromessa.